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Perché vaccinarsi?

A cura di  Giuseppe Luzi, prof. associato di Medicina Interna, svolge attività di consulenza specialistica in qualità di Immunologo Clinico.


Cosa sono i vaccini

La vaccinazione è un metodo di profilassi che ha la finalità di stimolare la risposta immunitaria attiva verso l’agente causale di una specifica malattia infettiva. Il meccanismo fondamentale della vaccinazione sta proprio nella sua funzione attiva, cioè nell’indurre una risposta del sistema immunitario che acquisisce nel contempo l’informazione necessaria a contenere le future, possibili aggressioni, di un determinato agente patogeno.

Alcuni vaccini conferiscono protezione che dura tutta la vita ma in altri casi, al fine di ottenere un’immunità protratta, è necessario effettuare somministrazioni di richiamo. La preparazione chimica di un vaccino dipende da diversi fattori. In generale si hanno vaccini costruiti con l’agente patogeno “completo” (virus o batteri vivi, ma attenuati) e vaccini derivati da componenti o prodotti del patogeno (frazioni molecolari, sostanze preparate artificialmente). I vaccini possono essere introdotti nell’organismo in forma singola o multipla. I vaccini in forma combinata permettono di ridurre il numero delle somministrazioni e in alcuni casi riescono a rinforzare il potere di stimolo dei singoli componenti.

Un’importante protezione

Milioni di persone, in tutto il mondo, grazie ai vaccini sono protette da gravi malattie infettive talora mortali. L’ efficacia “clinica” e biologica, quindi protettiva, che ne deriva è come quella presente dopo la guarigione da una determinata malattia infettiva. In alcuni casi è dimostrato addirittura che l’effetto protettivo di memoria è più forte dopo vaccinazione piuttosto che dopo la guarigione da una specifica malattia infettiva.

Aspetto che viene ignorato dal grande pubblico e colpevolmente anche dai mass media consiste nel dato epidemiologico, importantissimo, in base al quale l’adozione di una pratica vaccinale è garanzia per il singolo individuo ma genera anche una marcata riduzione del numero dei soggetti suscettibili ad una determinata infezione. È per questo motivo che le autorità sanitarie sostengono un approccio vaccinale di massa: si protegge l’individuo vaccinato ma si raggiunge anche una vera copertura di protezione territoriale. E allora perché è nata una corrente “di pensiero” [!] contraria ai vaccini? Il “dubbio” fondamentale si basa sul concetto che se una persona sta bene è meglio non vaccinarsi, perché ormai la vaccinazione è estesa e certi germi non circolano più. E poi i vaccini danno reazioni! Ma chi me lo fa fare! Questo ragionamento, ammesso che possa essere definito tale, è espressione della sottocultura generata da una distorsione salutista.

Il recente passato è stata la dimostrazione di come si possa bloccare, attraverso il vaccino, uno dei più temibili virus: quello del vaiolo. Chi si oppone all’impiego di vaccini o non conosce il problema o è in cattiva fede, magari con finalità di risarcimento.

Ma i vaccini sono privi di inconvenienti?

Ovviamente no. Effetti indesiderati esistono, come per ogni evento che riguarda la biologia e la medicina, ma le complicazioni sono del tutto eccezionali e vanno sempre considerate in un contesto individuale. La cultura medica, pur con i suoi limiti, ha strumenti decisionali che consentono di sospendere una vaccinazione o non attuarla se viene ritenuto il rischio più alto del beneficio. Punto: di cosa dobbiamo ancora discutere?

È ora di finirla con atteggiamenti “difensivi” e quindi aggressivi nei confronti delle vaccinazioni. Non dimentichiamo che ogni malattia infettiva causa sofferenza e favorisce il contagio, ne possono derivare danni irreversibili e morte. È vero, si può guarire dalle infezioni, o meglio, alcuni guariscono. In un certo numero di casi anche i malati con patologia da virus Ebola, per esempio, guariscono.

E chi non ce la fa? Chi è vittima non è certo felice. Pensiamo al valore della vaccinazione contro il virus dell’epatite B. Si tratta di un virus solo eccezionalmente in grado di provocare la morte, e nella maggior parte dei casi il malato guarisce, ma in un certo numero di persone si instaura un danno epatico, con cronicizzazione ed evoluzione talora verso un cancro del fegato. La vaccinazione blocca sia il danno epatico sia le implicazioni derivate, che possono osservarsi anche dopo anni.

morbillo, rosolia, parotite

Va inoltre ricordato come per un gran numero di vaccini la protezione dura per decenni (morbillo, rosolia, parotite). In altri casi si osserva un certo decadimento della risposta immunitaria (come si verifica per l’antitetanica che ogni dieci anni richiede una dose di richiamo). Nell’influenza la protezione è garantita per alcuni mesi e ogni anno, a causa di mutazioni alle quali va incontro il virus, è opportuno tornare a vaccinarsi. Di recente negli Stati Uniti d’America i Centers for Disease Control and Prevention hanno segnalato un aumento dei casi di morbillo, con il maggior numero degli individui colpiti probabilmente correlato al focolaio che ha avuto inizio nei parchi Disney, in California. Questo evento sembra chiaramente in relazione al decremento del numero delle vaccinazioni in America e al diffondersi delle campagne anti-vaccini. Il morbillo è una malattia virale che si considera come uno dei classici e “tranquilli” episodi di esantemi dell’infanzia. Ma il morbillo non è sempre tranquillo, non ci si deve affatto scherzare. Una delle complicazioni più temute è la panencefalite sclerosante subacuta. Questa forma cronica e progressiva di encefalite, fortunatamente rara, si presenta nei bambini e nei giovani a causa del danno provocato dal virus del morbillo nel tessuto nervoso cerebrale.

A ricordarci il dramma di un genitore sono le parole scritte da Roald Dahl, autore di libri per bambini, che perse la propria figlia nel 1962. In questi giorni, su varie riviste, sono state riportate le parole che l’autore scrisse nel 1986, due anni prima della morte. Eccole:

“A sette anni, Olivia, la mia figlia maggiore, prese il morbillo. Ricordo che mentre la malattia faceva il suo corso leggevo spesso per lei mentre era a letto, e non ero particolarmente preoccupato. Poi un mattino, quando ormai stava guarendo, ero seduto sul suo letto e le stavo mostrando come fare degli animali con dei nettapipe colorati. Quando ha provato a farne uno lei, mi sono reso conto che le sue dita e la sua mente non si coordinavano e lei non riusciva a fare niente. «Ti senti bene?» le chiesi. “Mi sento assonnata”, mi rispose. Nel giro di un’ora aveva perso conoscenza. Dodici ore dopo era morta”.

Articolo redatto dal Prof. Dr. Giuseppe LUZI
Medico Chirurgo Specialista in  Allergologia e Immunologia Clinica, Medicina di Laboratorio, Oncologia, Malattie Infettive, Professore associato di Medicina Interna Università La Sapienza di Roma  II Facoltà di Medicina e Chirurgia